Hey, that’s no way to say goodbye.

Come (spero) avrete letto, in questi giorni ci siamo trovati a dire addio al grande poeta Leonard Cohen. (Montreal, 21/09/1934 – Los Angeles, 07/11/2016).

2016 anno di sventura. Interminabile elenco di perdite nel mondo dell’arte. Dario Fo. Prince. Umberto Eco. David Bowie. Ogni nome un colpo al cuore. Ogni nome un pezzo importante di storia che se ne va.

Di lui possiamo dire che ha cantato le più grandi canzoni d’amore di tutti i tempi, un genio, un visionario. Ci ha lasciato una grande eredità musicale ed una grande eredità spirituale. L’autore di So long Marianne (1967) e di Hallelujah (1984) successivamente interpretata da Jeff Buckey ci ha lasciati così, senza fare tanto rumore. Lui lo sapeva, perchè quando sei lì e lì per fare il salto magari te lo senti, e infatti in luglio aveva scritto una lettera commovente alla sua amata Marianne che era alle prese con le sue ultime ore di vita, colei che aveva acceso la scintilla per fargli scrivere la sua Magnum Opus. Poche parole ma ben sistemate come sempre, lei é mancata poco dopo aver ricevuto la sua ultima dichiarazione d’amore.   

Ancora una volta é stato grande. Immenso. Ancora una volta una prova di quanto, anche a distanza, si possa amare. Questa un po’ la dimostrazione che se ami davvero qualcuno non lo dimenticherai mai. Non potranno aiutare i chilometri, i cambi di vita o gli anni che passano. Questo “dietro di te” ha un valore speciale, dietro di te nel senso che ti seguo nelle tue scelte e dietro di te nel senso che ti guardo le spalle e ti proteggo. – Forte! Perché alla fine tutti noi è questo vogliamo, la protezione prima dell’amore, il potersi fidare e sapere che qualcuno c’è ed è lì per noi. E poi parliamoci chiaro, uno che a 82 anni è ancora così innamorato dell’amore per me ha già vinto tutto. Una mosca bianca. La maggior parte delle persone perde questa innocenza e questa luce con l’andare del tempo…lui no. Là. Stoico. L’amore prima di tutto. L’amore è la vita. – Avete capito cosa ha detto? Ripeto. L’AMORE È VITA. Sì. Amore in senso lato, per i genitori, per i fratelli, per i figli, per la persona che scegliamo per dividere la vita.

La storia tra i due inizió quando il poeta canadese, all’epoca sconosciuto, arrivó nell’isola greca di Hydra. Portava con se una chitarra, l’impermeabile blu e la sua Olivetti verde, proprio la stessa macchina che compare, utilizzata dalla sua musa, nel retro della copertina del suo primo disco. 1960. Tutti artisti espatriati, una piccola comunità…quello che restava della beat generation. Non c’era acqua corrente, automobile e nemmeno elettricità per molto tempo. Della serie “poveri ma felici”. Marianne aveva appena rotto una relazione turbolenta e Cohen ne approfittò. (Spunto per la riflessione n.1: quante storie d’amore vero nascono dopo una brutta rottura quando non ci si aspetta piú nulla? Molte. E sono sorprendentemente magnifiche, senza ombra di dubbio le migliori, come l’arcobaleno dopo la pioggia).

Il poeta componeva nella terrazza di casa con Ray Charles in sottofondo e la sua musa lo portò poi a dedicarsi alla musica che ormai era il primo mezzo di comunicazione della controcultura. (Spunto per la riflessione n.2: quante volte abbiamo fatto un cambiamento brutale innamorandoci? E non sto parlando di cose che si fanno per sforzo ma di illuminazioni che sotto l’effetto dell’amore ci sopraggiungono al cervello e ci migliorano davvero). L’insegnamento è che bisogna viversi, lasciarsi andare, anche quando le condizioni sembrano avverse. Liberi. Solo quando sei libero la vita ti offre il meglio.

Per quanto mi riguarda Cohen resta nella top 10 dei preferiti. Le sue parole sempre attuali, l’amore che ci ha messo impareggiabile…ce ne fossero Uomini che ti parlano così – e la U maiuscola non è un caso. E invece molte volte sono incapaci di esprimere i loro sentimenti. Amano anche loro, a volte più delle donne, però non lo dicono e non si rendono conto che fa piacere ricevere un feedback di tanto in tanto e sentire delle parole d’amore vere che raramente arrivano. Un po’ come quando fai bene qualcosa e nessuno ti dice bravo, insomma…a volte serve. Lui “ti amo” lo diceva così:

«I loved you in the morning
Our kisses deep and warm
Your hair upon the pillow
Like a sleepy golden storm»

Ode al mio momento preferito della giornata. Quando ti svegli e ancora con gli occhi chiusi ti arriva un bacio leggero, qualcuno ti tocca i capelli e sai già che la giornata prenderà un’ottima piega (a differenza di quella dei tuoi capelli che con gli occhi dell’amore sembrano stupendi ma in realtà ti fanno sembrare Courtney Love dopo una festa di eccessi). Quel momento in cui guardi l’amore della tua vita che sorride sotto al lenzuolo col sole che gli illumina il viso. Dieci, cento e mille volte avrei voluto avere una foto di quegli occhi, quel sorriso e quel raggio di sole. Così. Un’istantanea esatta di quello che vedevo io in quel momento. Difficile catturare l’attimo, ma per fortuna ci ha pensato lui e ha fatto addirittura di meglio: ha intrappolato l’attimo in delle parole e poi le parole dentro ad una musica…ed ha creato un capolavoro, una matrioska d’oro, preziosissima e rarissima.

Tra tutte le perle che ci ha regalato LA preferita è e sarà sempre That’s no way to say goodbye. Ed è proprio con questo pezzo che lo voglio salutare. Perché proprio ci ha giocato un brutto colpo. Non era questa la maniera di dirci addio.

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