“Speak easy, Mute!”

Saremmo dovute nascere piú o meno alla fine dell’800 per poter godere appieno di quelli che probabilmente sarebbero stati i veri anni ruggenti per noi.

Ognuna di noi, durante i Roaring Twenties, avrebbe avuto pane per i suoi denti.

Giulia probabilmente avrebbe fatto amicizia con Jay Gatsby per non farci saltare nessuna festa, Loredana avrebbe conosciuto Coco una sera ad una cena al Plaza e le avrebbe spiegato la sua teoria per cui la Schiapparelli aveva il destino giá scritto nel suo nome.

E io?

Io avrei avuto un’agendina piena zeppa di parole d’ordine, per non lasciarci mai senza un French 75 il venerdí sera.

Negli anni del proibizionismo non avremmo di certo potuto mai farci mancare un tavolo riservato nel nostro Blind Pig preferito, o meglio Speakeasy che dir si voglia.

Riassumo brevemente per i pochi astemi che ci leggono: piú o meno verso il 1919, ci fu una congrega di salutisti che, spaventati dagli asterischi che costellavano le loro analisi del sangue, spinse e ottenne la pubblicazione del Volstead Act.

Immaginatevi la sera del 16 gennaio 1920: orde barbariche che saccheggiano i Liquor Store per rifornirsi in vista dell’inizio dell’inizio del proibizionismo. Forse solo facendo mente locale all’inizio dei saldi da Zara potete farvi un’idea.

Insomma, tramite l’emissione di questa legge si stabiliva il divieto di vendere e consumare alcolici nei bar.
Da qui, facendola breve, la nascita dei locali clandestini spesso ricavati nel retro delle botteghe meno sospettabili o nei sottoscala.

L’accesso non era per tutti, la parola d’ordine non era di certo paragonabile al tavolo dell’amico di tutti con cui si entra in discoteca.

Champagne e whisky a fiumi, jazz “che pompa nelle casse”, il gangster al tavolo affianco che tanto non vedi a causa della nebbia spessa provocata dal fumo delle sigarette.

Il tavolo delle Mute sarebbe stato riservato ogni venerdí sera, il Cosmopolitan l’avremmo inventato noi (altroché uno scozzese) una sera annoiate e stufe dei soliti Sidecar.
“Uno con piú limone por favor”.

Ripiombando nel 2016, ci spostiamo da New York a Barcellona.

Qui di proibito non c’è proprio nulla, ma gli Speakeasy noi li abbiamo trovati anche qua.

Dopo mesi (e per non dire anni…) di Gin Tonic in bicchieri assurdi – a volte stile Santo Graal (diapositiva), altri piú “Vacanze di Natale a Cortina” (diapositiva) – abbiamo cercato di insegnare a qualsiasi barista a tiro l’arte di un Cosmo fatto con amore.
Non ce la possono fare.

Potrei darvi una lista di quelli che “si impegnano, ma non fanno abbastanza” ma saró buona.

Alla fine, la storia insegna: abbiamo lasciato il posto fighetto per per il locale “strano”, senza gente fuori, senza vetrate, con i divani stile discoteca anni ’80, i camerieri pinguinati e l’aspetto decisamente old.

Spalleggiate dai Sordi (facili da lasciare al banco mentre le Mute passano ai divani) abbiamo finalmente ritrovato un qualcosa che sapesse di cranberry e non di Mister Muscolo Idraulico Gel.

C’è chi ha anche ritrattato la teoria “non voglio piú bere“.

Al Dry Martini entri nella storia. La maggior parte di voi (mi spiace) resterá seduta nella parte classica del locale che ricorda quello che potrebbe essere uno Speakeasy degli anni 20 ma che non ha nulla a che vedere con questi… Fino a quando non avrete l’onore di passare al “privado“.
(Ps. occhio che nella zona per pochi eletti il pavimento è spesso bagnato e che se andate al bagno poi non sapete piú tornare al vostro tavolo).

E’ uno tra i 50 bar migliori al mondo, il terzo se volete bere un Gin Tonic degno di questo nome.

Al Tandem i divanetti sono cosí comodi e vellutosi che ti viene sonno, ma nel Cosmo ti mettono le ciliegine e ti servono delle noccioline ricoperte di cioccolato che ti creano una dipendenza.

Il Pastrami Bar/Paradiso sará la nostra prossima vittima non appena scenderemo al Born.
Qui le cose si fanno serie, entri in una bettola che vende Pastrami.
Pare che se chiedi al cameriere dietro al banco di farti un cenno al momento giusto, ti facciano passare attraverso un frigo per arrivare al Paradiso (appunto), regno di Giacomo Giannotti. Per la cronaca, Giacomo (ITALIANO) è il miglior Bartender di Spagna del 2014 (di Spagna, non del paesello) .

La vera esperienza sará riuscire a trovare da qualche parte nel Raval (pauraaaaa) il famoso El Armario. E qui, non servono molte descrizioni: bisogna entrare in un armadio per davvero, dopo essere entrati a casa di un tizio non ben identificato. Sperando ovviamente di aver bussato alla porta giusta. Qui il level è PRO!

Ovviamente, entro breve riceveremo una menzione speciale nonchè una tarjeta gold per il celebre Mutis (i comuni mortali conoscono solo la parte del Bar Mut): club in cui hai accesso solo se sei invitato da uno dei membri (… che non sono gli sciabolatori di Champagne dozzinale con il Rolex del papi).
Parliamo della miglior cockteleria d’Europa e la sedicesima del mondo.
Il motto del locale? “Nulla di quello che succede qui, lascia questa porta”.

Un caso che il suo nome ricordi il nostro? Non credo proprio.

D’altra parte…

“Il tavolo piú bello, il tavolo delle Mute”

DRY MARTINI
Carrer d’Aribau, 162-166, Barcelona

dry-martini-barcelona-by-javier-de-las-muelas

TANDEM COCKTAIL BAR
Carrer d’Aribau, 86, Barcelona

tandem

PARADISO / PASTRAMI BAR
Carrer de Rera Palau, 4, Barcelona

EL ARMARIO
Da qualche parte nel Raval (piú o meno qua)

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BAR MUT (per povery) / MUTIS (per chi conta)
Calle Pau Claris, 192, Barcelona

 mutis

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