UNO ZAR, UNA PULEDRA SPETTINATA E UN IMPERO DI GHIACCIO E LIMONE!

Questa settimana vi sparo un’altra perla canterina, perchè le Mute cantano nella doccia, cantano quando vanno al lavoro, cantano quando escono. La colonna sonora delle nostre vite è sempre a tutto volume. Io sono la piú stonata e odio il karaoke, ma alla fine sono quella che canta più di tutte.

IL MIO ZAR – MANUPUMA

 

Emanuela Bosone, nata a Milano, attrice e cantante. Ha esordito nel 2009 ed ha pubblicato il primo cd nel 2012, ha fatto da colonna sonora allo spot pubblicitario di Moschino con Ladruncoli. Qui poi si è proprio superata. 2014. Grande anno. Grande produzione.

Il nome d’arte di questa scoperta già ci dice molto di lei, si identifica con un puma mica con agnello e lo dimostra nei suoi pezzi che sono sempre ruggenti.

Questa canzone mi ricorda uno degli amori  stagionali del mio passato e mi ricorda soprattuto una me giovane, sempre sulla cresta l’onda adrenalinica, che è caduta tante volte ma si è sempre rialzata. Una Mini Muta con la testa durissima, che non si piangeva mai addosso dopo una delusione, si metteva il rossetto e usciva con le sue amiche per tornare a casa 2 giorni dopo. Una principessa guerriera, indomabile, a le briglie sciolte. Quando poi arrivi a 30 anni, come ha detto la mia collega qualche giorno fa “magari le farfalle non le senti più”. Ma non solo in amore, hai sempre i piedi più a terra di un tempo, arrivano le responsabilità, il lavoro, magari un marito e dei figli. A me sembra incredibile ma sì, arrivano i figli, e ci sono delle mie ex compagne di classe che sono già al secondo o al terzo round mentre io gioco a fare il campeggio spagnolo e non mi rassegno, un po’ meno spensierata di un tempo perchè anche io ho delle responsabilità, ma non mollo e continuo ad immaginarmi un po’ spettinata, con i fiori nei capelli e con il cuore in gola.
Vi racconto questa storiella con il testo della canzone. Oggi sono un po’ malinconica perchè so che quella Mini Muta non esiste più, ogni tanto mi viene un attacco di sindrome di Peter Pan e vorrei per sempre un mondo di lustrini, serate pazze, vodka e cene di pesce crudo in appartamenti vista mare…dove poteva succedere qualunque cosa. E quando dico qualunque credetemi che poteva succedere di tutto per davvero.
«Con le orchidee nei capelli mi sono infilata nel tuo letto e tu, mi hai chiesto un fazzoletto
allora ho capito era già tutto finito. Non era più il tempo di puledra spettinata, neanche più di una partita assatanata. Sono scappata in strada a farmi una puntata: roulette, black jack, slot machine eeeee litrate di gin» – I fiori nei capelli io me li mettevo davvero quando volevo esagerare, davvero ero una puledra spettinata e davvero giocavo partite assatanate quando uscivo. Cattivissima. Ma la delusione era sempre dietro l’angolo, le storie così finiscono abbastanza presto e abbastanza male. E quindi litrate di gin prima, dopo e durante i pasti.

 

«Tu eri il mio zar, la mia prateria, la giusta distanza dalla malinconia e come e’ bello divagar sul nulla quando il cuore e’ spento. No, non mi dimenticherò di quando sul tuo balcone mi offrivi tartine al salmone, spaccavi i bicchieri all’indietro. Era il nostro impero di ghiaccio e limone, di dolore e passione.» – Quella stagione l’ho passata in barca o in questo appartamentino con vista mare e quando cenavo pesce crudo in terrazza, con la brezza che mi scompigliava i capelli, pensavo che avrei voluto vivere lì così per sempre. Certamente non conoscevo la malinconia. La felicità all’epoca era una cosa semplice. La nostra era una storiella passionale di un’estate, di quelle tutta fumo e niente arrosto, di quelle in cui si sta più tempo ubriachi che sobri. Un impero di Miller-tonic o di Hendrick’s-tonic a seconda delle nottate.

«E come un soldato blu spacciato dagli indiani cado nel tuo Eldorado e seguo il corso del fiume fino alle cascate. E ti vedrò. E tu mi riconoscerai dalle farfalle tatuate» – El (indio) Dorado è il luogo leggendario pieno d’oro, un posto fantastico dove tutto è bello e tutto è felice, è l’isola che non c’è e io stavo proprio su un’isola. Coincidenze? Non credo proprio! In questo luogo, situato al di là del mondo conosciuto, i bisogni materiali sono appagati e gli esseri umani vivono in pace tra loro godendo della vita. Godendo della vita. Amen. E quello noi facevamo, dall’alba al tramonto, dal tramonto all’alba. Avevo riconosciuto subito il pazzo principe che mi avrebbe fatto compagnia quell’estate, e lui aveva riconosciuto me. Quella notte il mio segno distintivo non erano farfalle tatutate ma un braccio rotto a causa di una caduta nel bel mezzo della pista da ballo, segno che forse la dovevo piantare con tutte quelle discoteche e quelle nottate. E infatti quelli son stati gli ultimi sprazzi prima della morte del Cigno, poi piano piano la Mini Muta è diventata la Muta di adesso che si indemonia quando piove e ha le lenzuola a stendere, che cucina e che è felice quando la mamma le regala la pentola a pressione. Sì sì avete capito bene. Quella che si preoccupava solo che il cetriolo fosse ben sistemato nel bicchiere di gin si è evoluta, la sgallettata è diventata grande….no grande no dai, facciamo che ha attenuto la promozione nei medi all’asilo che grande mi sembra ancora un parolone. Ok?!
«Ma come il sole e la luna, come la neve e il sale, come le pietre e il fuoco, noi saremo asincroni» Asincroni. Non potevamo stare insieme. Questo lo sapevamo entrambi fin dall’inizio. No way. Non c’è storia. Proprio come ketchup sugli spaghetti, come formaggio grana sulla pasta allo scoglio, non può essere, impossibile, incompatibile, inconcepibile, indifendibile. E per fortuna sono tornata in me. Durante una lite furibonda, di cui sinceramente non ricordo nemmeno il motivo, sono scappata e non sono più tornata. Mi sono messa il vestito più bello che avevo, un tacco 12 da far girare la testa anche ad un gay, un rossetto color Ferrari e ho chiamato le mie amiche dicendo che per la serata di Ferragosto mi univo ed ero già per strada. 3-2-1. BOOOM. Sfoderiamo l’artiglieria pesante. Lui si aspettava che io tornassi ma ho tirato le chiavi di casa sua dal finestrino mentre percorrevo un lungo ponte che mi riportava sulla terra ferma. Mai più visto. Che estate incredibile. Oggi sono riconoscente a tutti questi personaggi che ho incrociato sul mio cammino, se non avessi vissuto tutto questo oggi non sarei quella che sono, e modestamente parlando sono diventata carina dai, non mi immaginavo così alla soglia dei 30 ma tutto sommato direi non male.
Qualche volta rivorrei quella spensieratezza…quelle serate, quel “profumo di mare e profumo di sale”, quelle coroncine di fiori in testa ma ragazzi il recupero fisico ormai è difficile, sono fuori allenamento, un drink di troppo in una notte d’euforia mi costa 3 giorni in panchina. Rivorrei quelle lacrime  ingenue e quell’adrenalina, quel colpo di rossetto che ti fa passare tutti i mali. In verità mi rendo anche conto che questa di oggi è la migliore versione di me, un po’ più responsabile e che ha lasciato da parte le cose superficiali per concentrarsi su cose più vere. Basta eccessi, basta albe in riva al mare bevendo champagne. Ancora non mi hanno domata, ma almeno riescono a pettinarmi la criniera di tanto in tanto.
Tutto questo per dirvi stay foolish, stay wild, ma con moderazione. Ricordatevi che dopo i 30 bisogna mantenere un po’ di decoro, no more uscite dai locali con le luci accese e niente più storie d’amore tossiche. Avete capito? E sulle nottate, se il fisico ve lo permette, possiamo chiudere un occhio per un paio di serate all’anno, ma sul resto no. Tutto quello che non uccide, rinforza, e questo è l’esempio perfetto. Sul momento immaginavo un futuro lì in quella terrazza, ma nella vita fortunatamente si cresce, si cambia e tutto quello che è cambiamento è positivo.
Special thanks to Manupuma per aver acceso questo ricordo nella mia testolina…. oggi me la rido un po’ pensando a com’ero e come sono diventata. E chiaramente non sono mai sola, con me nei cambiamenti ci sono le mie fedelissime amiche Mute.
Ad maiora. Cin cin.
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